Amici da corsa

Gigi Taramazzo trattava direttamente con l’ingegner Ferrari e ordinò una 750 Monza, una delle 20 costruite. Gli fu consegnata personalmente da Enzo Ferrari insieme al figlio Dino, come attestava una foto che Gigi teneva sempre nel suo portafoglio come una reliquia.

Leo Cella nasce a Rimini. Suo padre, il conte Nello Cella, direttore di grandi alberghi, dirigeva in quel tempo il famoso Grand Hotel di Rimini, frequentato all’epoca anche da Federico Fellini, che del conte Cella era buon amico.

Franco Patria nasce a Torino. Il padre, Pietro, è concessionario della Cisitalia e ha un negozio di ricambi motociclistici. nel 1951 regala a Franco una mini-Cisitalia tipo formula con un motore a scoppio di 125 cc. Con quella automobilina il ragazzo sguscia sotto i portici di via Roma, dove diventa il pericolo di tutti i negozianti.

Cella e Patria, che si sono trasferiti nel Sanremese, si ritrovavano al Festival, un bar pasticceria frequentato dagli appassionati di motori, di cui Amilcare Ballestrieri era l’eponimo.

Cella era vincente in qualsiasi sport. Quando si appassionò alla boxe, già al primo giorno mise ko Amilcare Ballestrieri, che aveva tre anni più di lui ed era già più esperto. Poi mise ko anche il fratello, che era più alto e più robusto. Cella cominciò con le moto. Una volta decise di effettuare delle prove a Vallelunga. Caricò la moto, una Aermacchi, sulla Topolino

C aprendo la capottina e piazzando il mezzo sul lato dell’abitacolo con una ruota sul sedile e l’altra che sporgeva dall’apertura del tettuccio. L’amico che l’accompagnava era seduto dietro a Leo. Un riparatore di biciclette prestò loro un telone da usare in caso di pioggia, raccomandandosi di restituirglielo al ritorno. A Sarzana, dopo il Passo del Bracco, cominciò a piovere e il salone li salvò. Ogni tanto l’amico era investito dagli spruzzi di pioggia, ma Leo si raccomandava: La moto è protetta? Il suo primo rally, Cella lo disputa nel 1961. È il Rally dei Fiori, che i partecipanti definiscono Rally dei Sassi a causa del fondo stradale. Corre la Volkswagen Maggiolino di famiglia, che viene usata per andare a caccia, sulle montagne dell’entroterra.

Con una Flavia Coupé, nel 63 Cella e Patria corrono assieme il Rally di Montecarlo, partendo dalla Grecia. Nell’attraversamento della Jugoslavia trovarono le strade bloccate da una tempesta di neve che rendeva impossibile il passaggio delle auto. Riuscirono allora a imboccare con la macchina la linea ferroviaria. Percorsero una ventina di chilometri lungo i binari, in un turbine di neve. poi dovettero rinunciare.

Avendo deciso di correre in Formula 3 e trovato un’auto in vendita alla Cooper, Cella organizzò il ritiro. Trovò un amico disposto ad andare a prendere l’auto partendo da Sanremo, con un furgone prestatogli da un commerciante di fiori. Aveva dimensioni sufficienti per caricare una monoposto.

A 21 anni, Patria è caldeggiato in Ferrari da Eugenio Dragoni, direttore sportivo. L’ultima gara della stagione 1964 è a Montlhéry. In corsa, il tergicristallo della loro Abarth Simca 2000 GT si rompe. Taramazzo, suo compagno di gara, si ferma ai box. Sale Patria. Quando il guasto è riparato, riparte. Viene fermato dai commissari all’uscita della corsia box per il sopraggiungere di altre auto. È una Jaguar E-Type, che sull’asfalto viscido di pioggia si intraversa verso l’esterno della pista, poi si fionda verso l’interno, dove una serie di balle di paglia separa il tracciato dalla corsia box. È un istante. La Jaguar, dopo essersi impennata sulle balle di paglia, piomba sull’Abarth di Patria che lì, fermo, sta aspettando di rientrare in pista. Franco, il pilota della Jaguar Peter Lindner, il commissario addetto e altri due commissari li accanto: tutti morti. Franco verrà trovato con le mani ancora sul volante. Aveva 21 anni.

Cella era soprannominato il Gatto per la sua astuzia flemmatica e la capacità di aspettare il momento migliore per attaccare. Quando il suo navigatore nei rally diventa Sergio Barbasio, che è soprannominato la Volpe, la coppia diventa per tutti il Gatto e la Volpe.

Alla Targa Florio 1966, Cella corre con una Lancia Fulvia Coupé. L’auto ha un anomalo ed enorme consumo di carburante. Appena può fa rifornimento, ma non ha con sé denaro. Per fortuna gli spettatori siciliani intervengono in soccorso. Quando arriva ai box si accorgono che il serbatoio è rotto ma non si può riparare. Continua la corsa, rifornendosi di continuo. Alla fine verrà calcolato che la sua Fulvia ha consumato 600 litri di benzina, quasi un litro al chilometro.

Nel marzo del 67 Cella effettua un test a Modena con una Dino e ha modo di dimostrare la sua classe. Deve incontrare Ferrari, per trattare l’ingaggio come pilota nelle gare di durata, con le grosse vetture Sport. Ferrari lo ha già iscritto alla 24 Ore di Le Mans su una 330 P4 con Günter Klass. Cella risponderà: Non sono ancora pronto. Sceglie l’Alfa Romeo.

Il 17 febbraio 1968 Cella è in pista a Balocco per testare la nuova 33 barchetta con la quale avrebbe corso alla 12 Ore di Sebring. Nell’affrontare l’ultima curva del circuito, si intraversò, mise una ruota nel fossato che costeggiava l’asfalto, l’auto si impuntò e si impennò. Viaggiava a 240 orari. Dopo tre giri su se stessa, la macchina si fermò e fu un grande silenzio. All’ospedale lui si lamentava di un forte dolore al petto. Le cinture gli avevano probabilmente sfondato la cassa toracica. Un’emorragia interna se lo portò via poche ora più tardi. Aveva 29 anni.

da Carriere spezzate, storia di Leo Cella e Franco Patria, di Renato Ronco, Edizioni Ephedis, 2020.

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