Addio a “Lele” Pinto, per sempre campione: di rally e di generosità

Ci ha lasciati oggi Raffaele Pinto, per tutti semplicemente “Lele”, uno dei primi piloti di rally professionista nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Nella sua carriera ha corso solo con vetture italiane: Lancia, Alfa Romeo, Fiat e Ferrari.

Nel 1972 si laurea campione europeo al volante di una Fiat 124 Abarth. Al suo fianco, a dettargli le note, il compianto Gino Macaluso.

Nel 1974 la sua gara migliore quando, insieme ad Arnaldo Bernacchini, vince su Fiat 124 Abarth il Rally del Portogallo valido per il Campionato del Mondo. Nel 1975 passa da pilota ufficiale Fiat a pilota Lancia sulla “mitica” Stratos. Con la vettura torinese vince in Sicilia, al San Martino di Castrozza e il Liburna. Nel 1978 sviluppa e corre con la Ferrari 308 GTB di Michelotto, per molti una vera e propria scommessa ma non per lui. Con la vettura del cavallino rampante, infatti, nel 1979 conquista la vittoria del Rally dell’Autodromo di Monza, la sua ultima ufficiale in carriera.

Lele Pinto è stato un grande pilota – particolare la sua guida caratterizzata dalla quasi mancanza di utilizzo della frizione per un problema alla gamba sinistra – e, soprattutto, un uomo di grandissima umanità e generosità.

Esemplare l’episodio accaduto in occasione del Rali Internacional TAP 1973. Al via di quell’edizione del rally portoghese, oltre a Pinto, navigato dal fido Arnaldo Bernacchini, ci sono tanti piloti che possono giocarsi la vittoria: ci sono le Alpine-Renault A110 1800 di Nicolas, Darniche e Thériere, le altre 124 Abarth di Waldegard, Paganelli e Netto, le Volkswagen di Kallstrom e Fall e la Toyota Celica di Anderson. Pinto si sta giocando al meglio le sue carte quando, durante un trasferimento in notturna, Bernacchini si accorge di una frenata importante che finisce contro un muretto frantumato e nessuna vettura presente in strada. Capisce che qualche suo rivale è in difficoltà e che si tratta di Anderson, riconosciuto dalle luci di posizione della sua Celic. Pinto, senza esitare, decide di soccorrerlo. Dopo una retromarcia che lascia sorpreso anche il suo navigatore, scende dalla vettura e si precipita nella scarpata dove trova Anderson fuori dalla Celica e il suo navigatore Jean Todt incastrato con un braccio nell’abitacolo. Aggrappandosi al sedile e staccandolo letteralmente, Pinto riesce a liberarlo ma, avendo accumulato nelle concitate operazioni di soccorso oltre cinque minuti di ritardo sulla tabella di marcia che lo fanno scivolare dal primo al nono posto in classifica, vede la sua gara compromessa. Bernacchini racconta i fatti accaduti all’organizzatore che prende una decisione storica per il mondiale rally: annullare il controllo orario per premiare la generosità di Pinto, in barba alle regole dei rally che dicono che ognuno deve finire con le proprie risorse e non ci sono aiuti che tengano. Le storie sono a lieto fine solo nelle favole e, infatti, questa finisce qualche prova più avanti, senza podio e senza gloria, causa cedimento della sospensione della loro 124 Abarth. Ma la gloria, che spesso è effimera, lascia il ricordo indelebile di un gesto nobile, unico e, forse, irripetibile. Unico e indelebile come il ricordo di “Lele” nei cuori dei tanti che gli hanno voluto bene.

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