Viaggio fra i dannati della Formula 1

Oggi si corre il Gran Premio della Turchia. A porte chiuse, a causa dell’epidemia, nonostante gli organizzatori avessero già venduto 40 mila dei 100 mila biglietti disponibili. Gli spalti deserti sono una brutta immagine.

Ecco invece cosa vedevano gli occhi fuori del coro (per sua stessa ammissione non capiva niente di motori) del grande regista teatrale Mario Missiroli, Bergamo 1934 – Torino 2014, chiamato da Panorama a metà negli anni Novanta a vedere il Gran Premio d’Italia a Monza – da leggere con calma, gustando una parola, un’immagine e una figura retorica dopo l’altra, come di fronte a un monumento su un tempo che non c’è più, quando i giornali facevano i giornali e chi scriveva bene, scriveva così.

Il gran premio di formula uno a Monza è oramai consumato e gli appassionati sanno tutto quanto riguarda lo spettacolo, i dati tecnici ed emotivi della gara. Non è così delle prove, intorno alle quali si muove la festa che anticipa e accompagna la corsa. (…) Il massimo del gelo e dell’ermetismo regna nel cuore del gran premio, cioè ai box e al pit lane, ovvero il breve spazio antistante, dove le macchine sbucano dai box e dove, in gara, rientrano per i fulminei pit stop di rifornimento o cambio gomme. È invece esclusivo e mondano il paddock, il grande e ordinatissimo accampamento circense delle salmerie e dell’intendenza, subito dietro l’angusta prima linea. Tutto intorno, sulle tribune, nei prati e nei boschi che circondano la pista, oltre due severe cortine di reti metalliche, c’è il cosiddetto popolo della F.1.

Sono tre giorni: il paradiso dei box, il purgatorio del paddock, l’inferno della folla. Nel primo trovi la più eccelsa inespressività, nel secondo assisti ai piacere degli altri, nell’ultimo condividi l’inganno di una impossibile felicità fatta di birra en attendant Godot. Hanno una sola cosa in comune: in nessuno dei tre si sorride. Come si conviene a un paradiso, o a una sala operatoria, i box sono silenziosi e asettici, vi ferve un lavoro meticoloso e indecifrabile da certosini, apparentemente incuranti del tempo che si allunga nelle ore, curvi in opere materne sulle macchine fragili e variopinte come farfalle a cui è stato tolto provvisoriamente qualche lembo d’ali per lucidarlo amorosamente come la più cara argenteria di famiglia, mentre si interviene delicatamente nei precordi, con una concentrazione chirurgica gelosa dei suoi procedimenti esposti agli occhi indiscreti del profano, che si aggira consapevole della propria fastidiosa alterità, appena in grado di accorgersi che, senza apparente soluzione di continuità, il rito è cambiato; si sono materializzati i piloti, molto simili ai meccanici, a loro volta simili ai direttori tecnici, e ha preso forma la vestizione di un cavaliere medievale, sempre più chiuso nell’armatura, circondato dai palafrenieri e dagli scudieri officianti, per essere imbucato nell’atroce abitacolo e scomparire sotto l’elmo e la celata e trasformarsi in una enigmatica maschera dalle mani guantate sul mezzo volante, intenta a guardare lungamente chissà cosa in un monitor calato dal soffitto fin quando, d’un tratto, alza una mano e subito scatena l’urlo acuto e straziante del motore, insieme a una partenza inaspettata che chiude fulmineamente l’eterna vigilia, col mostro rutilante che esce curvando goffamente dal box per lanciarsi strillando sempre più istericamente sulla pista e scompare.

Ma intanto vieni spintonato fuori dal magico recinto con la massima energia e ti consoli girando per il paddock, dove la F.1 fa salotto. Dietro una prima fila di camion negli sgargianti colori delle diverse scuderie (ma tanti, cinque o sei per ciascuna) interamente chiusi e schiarati a ridosso dei box, con tutto l’occorrente segretissimo supporto tecnico per la gara bene stivato e nascosto in pancia, ci sono altri camion perfettamente allineati e sempre lucidissimamente ricoperti di ogni scritta della casa e degli sponsor, attrezzati per l’esclusiva ristorazione dei diversi team, aperti lungo una fiancata per formare il déhor di un ristorante riparato da opportune tende contro il sole e la pioggia, oltre che dotati di televisori e di effluvi di ottima cucina. Sei un estraneo anche qui, ma non ti cacciano, puoi guardare i signori che mangiano (meccanici, no, ne ho visti alle prese con un ‘cestino’ di tipo cinematografico, appoggiato su certi bidoni o su pile di gomme) e magari incontri qualche conoscenza, ma sempre spaesato. Perché, appunto, la F.1 è un grande circo molto tribale in cui c’è posto solo per la compagnia cantante nei momenti di ricreazione (allargata soltanto a mogli, amanti, e artiste della carovana) la quale, se si dimostra paziente con i fotografi e con i laici autorizzati a sbirciare i leoni al pasto, rimane intenta soltanto al meritato riposo dopo i ‘numeri’ in pista, e alle più sofisticate valutazioni tecniche, magari intorno alla temperatura dell’asfalto a ore date. Potenza e fragilità, cosmopolitismo e tribalità sono la costante di tutto quello che si vede nel cuore del gran premio, insieme all’altro binomio contradditorio: massima scientificità, massima aleatorietà.

Ma nell’inferno della folla questo non sembra arrivare, mi pare che i dannati dei boschi e dei prati siano innamorati di una cosa che non c’è, un mistero esoterico di simboli e di colori al posto del massacrante affare di soldi, di tecnologia, d’azzardo e di nervi di cui si tratta. Sebbene, forse, invece, di nervi si tratti lo stesso, anche nelle orde dei dannati. Vanno per branchi in una continua migrazione sudata e accanita di cappellini rossi e di bandiere ciancicate, marciando da un posto che non c’è verso un luogo inesistente, per vedere qualcosa che forse non c’è stata e che certo non ci sarà più, anche se guadagneranno un prato, un bosco, una tribuna.

Perché non c’è niente sui prati, salvo le postazioni clandestine e vistosissime del gioco delle tre carte, indisturbate dalla polizia; non c’è niente nei boschi, dove si arrangiano povere strutture di rami marce per farne trespoli soprelevati; non c’è niente davanti alle tribune dove saettano illeggibilmente i fragili bolidi strillanti e spetazzanti, di cui si ha notizia computerizzata solo in sala stampa e un godibile spettacolo solo davanti a un provvidenziale televisore.

Il senso della festa del popolo all’autodromo di Monza è nei campeggi e nelle tendopoli, nei quali arde di prima mattina il barbecue di salsicce innaffiate di birra fino al tramonto, senza questioni di patrie e di appartenenze e osservanze sportive. Corpi, corpi seminudi issati sui tetti dei camper sapientemente parcheggiati ai bordi delle piste, magari con l’ombrello da pioggia per il sole; corpi abbioccati sotto le tende e sui prati ben oltre la pennichella della controra, tutti maschi (la donna è un soggetto assente o intento alla raccolta di migliaia di lattina e bottigliette), corpi in marcia, in birra, in sonno, in fiacca bandiera, in comitiva ecolalica, in delirio.

E tutto per una cosa che non c’è: un supremo attrezzo che non somiglia nemmeno lontanamente a un’automobile, che non si rompe sempre, che forse non fa nemmeno marcia indietro, che non è fungibile, che nessuno vorrebbe mai avere fra le palle, che, dopotutto, fa solo 350 km l’ora per niente, che nessuno può possedere o usare, che serve solo (si dice, ma non ci credo) per sviluppare le prestazioni delle più deprimenti utilitarie e dei disgraziati camper parcheggiati proprio lì a Monza, dove migliaia di seminudisti socializzano per amore di qualcosa che li travalica di troppo, tanto varrebbe lo facessero per un dio. Ma è la stessa cosa: quello che conta è credere, credere soprattutto se la Ferrari delude. Ma come mai delude da 17 anni? Non è troppo? È un problema in via di soluzione, come pare, o un caso fatale? O un fenomeno antropologico squisitamente italiano, secondo il quale il bello e il buono non vanno mai insieme? Ferrari è bello comunque, solo perché è bello. Il buono non conta.

Signore e signori, Mario Missiroli.

Luca Delli Carri per Scuderia Club Italia

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